Da parte sua, Lorenc Vangjeli ha sottolineato che la crisi è l’elemento che unisce oggi i tre attori principali a Pristina: la posizione, l’opposizione e i cittadini arrabbiati in piazza.
Secondo lui, il Kosovo sta conducendo verso una delle vette delle crisi cicliche che si prevede porteranno nuovamente alle elezioni, le quali non produrranno soluzioni, poiché l’approccio ai problemi è sbagliato.
«Tutte le parti stanno giocando un gioco che, perlomeno, non ci onora», ha dichiarato Vangjeli.
Secondo lui, Albin Kurti sta cercando un alibi impegnandosi per una legge che avrebbe limitato le competenze della Corte Speciale, sapendo che ciò non accadrà, con l’obiettivo di evitare un riesame della sua posizione.
Vangjeli ha qualificato la cittadinanza arrabbiata in piazza come la vera vittima della situazione.
Secondo lui, la gente manifesta la rabbia anche con mezzi violenti perché vede che la classe politica è immersa in uno spargimento di sangue continuo per il potere e non per costruire lo Stato.
Ha sottolineato che il Kosovo è entrato nel secondo anno di una crisi che deriva da una governance senza legittimità istituzionale piena: i cittadini votano con una coscienza civile molto alta, ma la politica «non sa né leggere né capire» la loro volontà.
Gli analisti hanno espresso preoccupazione che le scene di violenza e tensione a Pristina rischiano di ripetersi anche a Tirana, sottolineando che gli albanesi, quando non hanno un nemico esterno, diventano nemici spietati gli uni degli altri, mettendo a rischio la capacità nazionale di formare lo Stato. «Cosa sta accadendo nel mondo albanese da questa parte e dall’altra della frontiera?» ha chiesto lui, sottolineando che anche l’Albania ha la sua crisi politica.
D’altra parte, l’analista Flogert Muça ha rafforzato questa valutazione, osservando che le persone riunite sul viale di Pristina (e potenzialmente di Tirana) sono «il nucleo unico sincero» della protesta, motivato dalla solidarietà con i comandanti. Secondo lui, questa sincerità viene sfruttata e abusata dalle parti politiche.
«Il PDK, essendo il partito del comandante, sta abusando di più di questo. Albin Kurti d’altra parte… vuole attenuare il colpo contro se stesso», ha detto Muça.
Ha aggiunto che anche la LDK sta chiedendo «la sua linea di blocco» posizionandosi come difensore delle vittime della UÇK. Nel frattempo, mentre la gente in piazza è unita attorno ai comandanti, alla bandiera e al Kosovo, «nelle sale delle istituzioni si fanno patti politici».
Muça ha sottolineato che politicamente non si svolgono elezioni, ma Albin Kurti «governa in modo non legittimo». Secondo lui, l’unico modo per far continuare Kurti a governare è non risolvere la crisi: «Nel caso in cui Albin Kurti risolvesse la crisi… per cosa dovrebbe esistere ancora? Esiste lì per dire che ‘risolverò la crisi’, cosa che non risolve mai perché gli serve come promessa elettorale».
Per quanto riguarda il PDK, Muça ha ritenuto che i loro calcoli secondo cui la solidarietà con i comandanti si tradurrà automaticamente in voti siano sbagliati: «Bedriu non è Hashimi, e Kadriu non è Memli… hanno fatto un po’ di conti sbagliati.»